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Donna seduta in posizione raccolta con occhi chiusi, espressione riflessiva e introspettiva, che richiama uno stato emotivo legato a una relazione finita e al bisogno di lasciar andare.
19 Marzo 2026

 

Ci sono relazioni che finiscono…e relazioni che, anche dopo la fine, continuano a vivere dentro di noi. Non parlo della nostalgia che, con il tempo, si trasforma. Parlo di quando sai che è finita, ma dentro no. Quando torni lì con il pensiero, quasi senza accorgertene; quando fai confronti anche se non vorresti, quando ti dici che è il momento di andare avanti… ma qualcosa, dentro, non si muove.

 

E allora la domanda arriva, spesso in modo silenzioso:

Perché proprio questa persona?

 

Forse non è davvero la persona

Nel lavoro clinico emerge spesso un passaggio che cambia completamente prospettiva, quello che non riusciamo a lasciare andare non è sempre la persona in sé ma il modo in cui stavamo quando eravamo con lei.

Ogni relazione significativa intercetta qualcosa di profondo dentro di noi, un bisogno che, in quel legame, trova finalmente spazio, forma, respiro. Quando questo accade, non ci innamoriamo solo dell’altro.
Ci innamoriamo anche di una versione di noi stessi che, magari, non conoscevamo così bene.

Se ti fermi un attimo e provi ad ascoltarti davvero, spesso emergono delle verità molto semplici: con quella persona ti sentivi visto, oppure importante, oppure più leggero, più libero, più vivo, a volte, semplicemente, meno solo.

E a quel punto diventa più chiaro: non stai cercando solo l’altro, ma stai cercando quella sensazione. Stai cercando di colmare un bisogno che, in quella relazione, aveva trovato un posto.

A questo punto succede una cosa importante, noi pensiamo di essere legati alla persona e quindi proviamo a:

  • dimenticare
  • razionalizzare
  • distrarci
  • iniziare altro

Ma il bisogno resta, la mente torna sempre lì e quella persona diventa quasi insostituibile

Non perché sia davvero unica, ma perché era l’unico luogo in cui quel bisogno veniva colmato.

Questo passaggio è molto vicino a quello che descrive Esther Perel quando parla di come, nelle relazioni, non cerchiamo solo l’altro, ma una certa esperienza emotiva di noi stessi, che si intende che a volte "non ci manca solo una persona, ci manca la versione di noi stessi che esisteva con lei".

Il passaggio che apre davvero qualcosa

Il lavoro non è forzarsi a dimenticare ma è fermarsi, anche se non è semplice, e spostare la domanda:

Non più: “Perché non riesco a lasciarla andare?”
Ma: “Cosa mi dava davvero quella relazione?”

Quando una persona riesce ad avvicinarsi a questa domanda, qualcosa cambia.
Inizia a vedere che sotto la nostalgia, sotto il pensiero costante, c’è qualcosa di più profondo, un bisogno, spesso antico, spesso rimasto a lungo inascoltato.

A volte non si tratta semplicemente di “andare avanti”, si tratta di capire cosa quella relazione ha attivato dentro di te e perché.

Nel mio lavoro come psicologa accompagno spesso persone che si sentono ferme dopo la fine di un legame, aiutandole a dare un senso a ciò che è rimasto aperto e a ritrovare uno spazio più stabile dentro di sé.

Se ti riconosci in queste parole, puoi partire proprio da qui, puoi prenotare una consulenza, in presenza o online, per iniziare a lavorarci insieme, in uno spazio sicuro e senza giudizio.

 

FONTI E RIFERIMENTI

 

  • Bowlby, J. (1969). Attachment and loss: Vol. 1. Attachment. Basic Books.

  • Bowlby, J. (1973). Attachment and loss: Vol. 2. Separation: Anxiety and anger. Basic Books.

  • Perel, E. (2006). Mating in captivity: Unlocking erotic intelligence. HarperCollins.

  • Perel, E. (2017). The state of affairs: Rethinking infidelity. HarperCollins.

  • Young, J. E., Klosko, J. S., & Weishaar, M. E. (2003). Schema therapy: A practitioner’s guide. Guilford Press.